Protostampa: lezione con la prof. Cristina Dondi 13/03/08
articolo di Mabi
Il nome “incunabulum” (in latino “culla”) fu dato ai primi libri a stampa, cioè a quelli stampati all’incirca tra il 1450 e il 1500. Ci sono 29000 edizioni sopravvissute: infatti ogni edizione è stata stampata in un certo numero di tirature (da un minimo di 100 fino ad arrivare a 1000 e oltre); oggi ne sono rimasti relativamente pochi esemplari, ma comunque migliaia. Dal ‘700 gli incunaboli diventano oggetti di collezionismo e di studio; dal 1980, invece, la British Library comincia a fare il censimento di questi libri, inserendoli nel “Incunable short-title catalogue”, inventario di tutti gli incunaboli presenti nelle biblioteche pubbliche del mondo (non quelli delle collezioni private), scrivendo l’autore, il titolo, il luogo di stampa e la collocazione geografica. Questa operazione è stata possibile grazie alla collaborazione di biblioteche nazionali (come la Biblioteca Nazionale di Roma o quella di Los Angeles) che avevano raccolto informazioni al livello nazionale e poi le avevano passate alla British Library; ormai il censimento è quasi completo, mancano solo i dati relativi all’Est Europa. Questo database permette lo studio dei libri a stampa del ‘400; infatti le informazioni, insieme al formato, alla lingua in cui è scritto il libro, formano delle considerazioni storiche sulla diffusione del libro in un certo periodo storico. “Edit 16” è, invece, un censimento sofisticato (poiché recente) delle edizioni italiane del XVI secolo. La Biblioteca Comunale “Passerini Landi” contiene 950 incunaboli, che possono essere utili per ricostruire la storia del ‘400-500, visto che sono stati spostati, usati e portano segni fisici e tracce storiche della trasmissione testuale attraverso le varie collezioni. Un altro censimento fu fatto negli anni ’30 del XX secolo per la Biblioteca Estense di Modena, aggiungendo informazioni riguardanti chi ha usato il libro, chi è l’annotatore e in che periodo è vissuto, oltre ad analizzare le decorazioni e la legatura.
Nel ‘400 il tasso di alfabetizzazione era molto alto in Italia e tantissimi libri circolavano o venivano esportati. Infatti sia in Italia che in Francia, fino al 1470, la produzione di manoscritti continuava ad aumentare; solo dopo l’avvento della stampa diminuì. Data la necessità del libro questa nuova tecnica era proprio rivolta a un lettore medio; ma non riuscì a soppiantare definitivamente il manoscritto, che fu usato anche dopo il 1500 solo con l’interesse rivolto verso la decorazione e non verso il contenuto (siccome veniva copiato dai libri a stampa). Nel 1450 fu stampato il primo libro a stampa con caratteri mobili a Magonza: la Bibbia a 42 linee di Gutenberg. La tecnologia dei caratteri mobili e del torchio esisteva già prima di quella data, ma veniva usata in maniera diversa; infatti il torchio era usato dai romani nel processo di realizzazione del vino. Per incidere un carattere ci vuole grande precisione, caratteristica tipica degli orafi e degli orologiai. La lettera nella matrice di metallo lascia un’impronta, che viene riempita con una lega particolare di metallo (che non si espande e che è molto resistente); poi si deve capovolgere per creare un punzone. Il risultato finale è una barretta di metallo, sempre della stessa misura, con in rilievo la lettera. Di queste lettere le officine tipografiche avevano più serie. Per produrre un libro a stampa, a differenza del manoscritto, serviva più di una persona e soldi per finanziare tutto il processo, come quelli destinati a comprare la carta per le copie, cioè il 50% del costo totale. Inoltre lo stampatore doveva conoscere l’argomento che veniva stampato, doveva saper vendere il libro, distribuendolo al di là della sua cerchia. Quindi per stampare un libro ci voleva una collaborazione fra individui di vari ambienti sociali: il tecnico, i finanziatori, almeno tre o quattro persone all’interno dell’officina stessa; infatti c’era un compositore che preparava la forma bloccata e inchiostrata da mettere sotto il torchio, altre due persone manovravano quest’ultimo. Ci furono, invece, anche stampatori itineranti che giravano per i monasteri e le corti. Grazie a questi tecnici in molte cittadine, anche della Francia, furono stampate solo poche edizioni, che non ebbero una tradizione e che furono interrotte dalla partenza di questi stampatori girovaganti. La situazione fu completamente diversa a Venezia: la stampa fu introdotta nel 1469 e si diffuse da subito. All’inizio gli stampatori erano tecnici (orafi, coloro che lavoravano con le monete); dopo il 1469, invece, molti collaboratori di Gutenberg vennero via da Magonza e arrivarono a Subiaco, in Italia, fermandosi in un monastero benedettino. Infatti nel ‘400 i religiosi erano letterati molto lungimiranti e avevano creato vari centri di stampa all’interno di conventi (come quello delle suore di Ripoli, che, però, fece molti errori); i religiosi erano editori-curatori sia di testi religiosi che di testi letterari o di medicina. Infatti la prima Bibbia stampata in italiano fu nel ‘500 messa in dubbio e censurata, a causa della Controriforma. Gli stampatori potevano esser anche persone che trattavano con i libri, come librai, cartolai, preti e insegnanti di scuola. Nel processo di produzione di un libro rientrava, infine, la correzione degli errori nel testo stampato, da parte di persone di cultura, come letterati locali laureati che, inizialmente, selezionavano i testi da stampare. Per esempio Benedetto Ettore (prima legatore, poi stampatore) collaborava con l’università di Bologna per la produzione di un libro di Apuleio, in particolare con Filippo Beroaldo, che scelse il materiale, preparò le bozze e cercò di promuovere l’edizione, attraverso conferenze sull’argomento, affinché gli studenti comprassero questi libri.
Nel ‘400 all’interno di un libro ci sono molti altri testi, oltre a quello citato del titolo: possono essere anonimi o lettere di dedicazione o varie poesie in lode dell’edizione o apparati tecnici come gli indici; questo contenuto rende ogni edizione diversa e con una propria storia, che, però, spesso non viene studiata in modo analitico. Nei cataloghi dei manoscritti, infatti, si analizza dettagliatamente il contenuto (oltre che la manifattura), mentre nei cataloghi di stampe non c’è lo studio della pubblicazione e del contenuto. Solo recentemente si è cominciato ad applicare ai libri a stampa gli stessi metodi dell’archeologia dei manoscritti (una sezione della paleografia). In questo senso il censimento di Oxford è all’avanguardia, in quanto fa un’analisi testuale completa. Ogni edizione a stampa ha una propria trasmissione testuale. Per esempio le “Facezie” di Poggio Bracciolini hanno uno stemma editionum particolare, un albero genealogico che inizia dall’edizione di Venezia del 1470; poi il libro fu ristampato a Roma l’anno successivo, invertendo due pagine, così alcune stampe copiarono questo errore, altre la versione di Venezia oppure ne crearono una ancora diversa, come quella polacca. Si deve, quindi, lavorare tenendo conto del testo, della sua fisicità e della sua provenienza.
Il libro, una volta stampato, veniva venduto dai cartolai insieme ai manoscritti. Un esempio unico per quell’epoca fu quello di Vespasiano da Bisticci, uno dei più famosi cartolai italiani, che vendeva manoscritti anche ai Medici, e che poi si rifiutò di vendere libri a stampa e quindi dopo pochi anni fu costretto a chiudere. Molti altri, invece, cambiarono da scribi a stampatori oppure andarono a Venezia per lavorare come decoratori dei libri a stampa; infatti il lettore voleva le stesse decorazioni dei manoscritti. A partire dal 1480 ci si rese conto che non era più vantaggioso finire i libri a mano e quindi si cominciò a inserire le iniziali a stampa (xilografia), iniziali in legno che si inseriscono nella forma di stampa; in seguito furono introdotti anche due inchiostri (rosso e nero), ma questa novità durò pochi anni e nel ‘500 fu abbandonata perché rallentava la produzione del libro, fatto penalizzante date le alte tirature. A sostituire questo elemento di decorazione ci furono le immagini su lastre di metallo, al posto del legno (“cut metal”). Gli stampatori, quindi, strinsero sempre più legami con i commercianti di vari materiali oppure, per vendere il libro, cominciarono a mandare membri della famiglia in varie parti (così fece anche la famiglia Giunti di Venezia).
Il formato prevalente nei primi decenni e soprattutto a Venezia, è il foglio, un formato grosso usato per i libri teologici, di legge o accademici. Un altro formato diffuso è il quarto, più agevole e usato soprattutto nel XVI secolo a Parigi per libri di scuola o letterari. Ancora più tascabile è il formato ottavo, fino ad arrivare al formato 64, conservato a Monaco. Spesso all’interno dei fogli veniva inserita la filigrana, che può oggi aiutare a identificare la carta. In questo periodo fu stampata una grande varietà di testi: dai testi classici alle cronache contemporanee, dalla cultura popolare (oggi ce ne sono pochissimi esempi, visto che questi testi venivano eliminati dopo l’uso) ai testi delle tre corone. Spesso i libri che sopravvivono sono stati dimenticati nelle biblioteche, mentre quelli andati persi, probabilmente, furono eliminati perché considerati obsoleti e vecchi. Molte biblioteche comunali sono state formate in seguito alle soppressioni degli ordini monastici e delle biblioteche religiose, avvenute in vari periodi: in Inghilterra nel ‘500 sotto Enrico VIII, in Germania nel ‘600, in Italia prima con Napoleone (fine ‘700-inizio ‘800) e poi con l’Unità d’Italia. Dopo l’epoca di Napoleone alcuni libri ritornarono in patria, ma molti altri vennero dispersi; infatti i libri continuano a viaggiare finché non arrivano in un’istituzione pubblica (un’altra ricchissima biblioteca distrutta fu quella aragonese a Napoli nel ’400-500). Anche le famiglie patrizie veneziane avevano grandi biblioteche, che nel ‘700 si frantumarono; i libri vennero, così, comprati dai giovani letterati stranieri che viaggiavano per l’Italia, grazie alla loro enorme diffusione a partire del ‘400. Gli stampatori veneziani, dall’inizio, erano legati ai commercianti e vendevano in Germania i testi di legge e di teologia acquistati dai monasteri tedeschi, in Inghilterra i libri di scienza e filosofia per lo studio (in Italia rimanevano i testi classici e letterari). In questo modo i libri contribuirono a incrementare il commercio italiano di quei secoli.
In questi incunaboli del ‘400 la lingua predominante è il latino (72%); ci sono rimaste solo 65 edizioni in greco (la stampa in greco fiorirà nel ‘500 con lo studio veramente approfondito nelle università). Un caso unico è rappresentato da Venezia, dove si sono stampati fino al ‘800, testi in greco per i greci. Infatti la Grecia, dopo il 1453 (sacco di Costantinopoli), fu sotto il potere musulmano e quindi cominciò a stampare solo nel ‘800. Questa situazione provocò l’esodo di molti letterati greci che andarono a incrementare lo studio del greco in Italia. Sempre a Venezia fu stampato il primo Corano in arabo con i tipi dai fratelli Paganini; ma tutte le copie andarono perdute, tranne una conservata alla biblioteca di san Mattia a Murano. Questa scomparsa dei testi può essere spiegata in due modi: siccome c’erano parecchi errori nel testo il libro non ebbe un mercato oppure visto che secondo i musulmani il vero testo di Dio deve essere scritto a mano questo esperimento fallì. Molte collezioni veneziane furono vendute all’asta, come è successo alla collezione Canonici che poi fu comprata dalla Biblioteca Bodleiana.
Lezione alla Biblioteca “Passerini Landi”
- Testo di sermoni di Mefret (probabilmente un errore tipografico) stampato a Norimberga nel 1496 da Anton Koberger. Questo testo era molto gettonato nel Medioevo; ha una legatura italiana in pergamena non rigida, è stampato solo in nero con un frontespizio, un indice, un colophon e titoli che scorrono sopra la pagina; all’inizio è stato lasciato uno spazio non riempito per l’iniziale; questo è un tradizionale testo accademico del ‘400, denso e stampato su due colonne. Oltre a quella di Piacenza, altre copie sono conservate a Bruxelles, in Francia, in Germania (la migliore), a Bergamo, a Bologna e nella biblioteca del convento dei cappuccini di Bressanone (probabilmente questa copia si trovava là già dal ‘400 perché gli enti monastici sono sempre stati conservativi).
La maggior parte delle biblioteche comunali europee derivano dalle collezioni religiose e locali; diversa è la situazioni per quelle più grandi come la British Library e la Biblioteca di Parigi che raccolgono materiale anche estero. I cataloghi delle biblioteche americane non sono molto dettagliati sullo studio della provenienza dei libri, ad eccezione di quelli di Harvard o della Morgan Library.
Koberger era uno stampatore-editore molto famoso e sofisticato che finanziava le edizioni e aveva scambi commerciali con l’Italia. In seguito non sempre gli editori furono anche stampatori.
Nel ‘700 le legature e le prime pagine originali dei libri vennero cambiate perché non interessava più il contenuto ma il possesso di un determinato libro. Queste nuove legature, però, pur essendo belle, non hanno nessuna importanza per la storia del libro. Nel ‘400 queste stampe venivano commerciate sciolte e spedite in barili, per alleggerire il carico; i fogli erano legati e finiti solo nel luogo di destinazione. Se sul libro erano presenti delle annotazioni i librai lavavano i bordi: oggi solo grazie ai raggi ultravioletti possiamo conoscere la mano e il periodo dell’annotazione.
Nei primi decenni i libri presentano anche il colophon (un apparato alla fine dell’opera che ci informa sull’identità del libro e dello stampatore), ma alla fine del ‘400 questo viene inglobato dal frontespizio. I tipi degli incunaboli possono essere raggruppati in tre categorie: la lettera gotica (molto comune, che deriva dai manoscritti; è diversa a seconda della località geografica, per esempio in Italia è più arrotondata rispetto all’Inghilterra), la lettera rotonda italiana e la bastarda (scrittura corsiva e obliqua francese). All’interno di queste categorie ci sono diverse variazioni che dipendono dallo stampatore che taglia i tipi. Queste differenze ci possono aiutare a datare e a collocare geograficamente la produzione del libro, confrontando i tipi. La datazione degli incunaboli non è rigida, dato che fino al 1520 la presentazione dei libri rimane molto simile.
- Commedia di Dante stampata a Venezia nel 1477 da Vindelino de Spira (un famoso stampatore veneziano di origine tedesca, insieme a suo fratello Giovanni) e commentata da Jacopo della Lana; l’editore è Cristoforo Berardi, un umanista di Pesaro che lavorava con gli stampatori veneziani; la collaborazione con i fratelli de Spira fu facilitata anche dall’appartenenza a una stessa confraternita. Il testo ha un aspetto medievale e obsoleto poiché è diviso in due colonne nel formato del foglio ed è stato finito a mano con le iniziali in stile tedesco (rosse e blu con inserti lasciati bianchi, tipico del sud della Germania); sono stati anche aggiunti dei paragrafi per aiutare la lettura, oltre alle note a margine scritte da varie mani e con diversi inchiostri. Nella pagina del primo canto dell’Inferno è presente lo stemma del possessore con una decorazione italiana; alla fine del testo, invece, ci sono delle note. La legatura, tradizionale del periodo, è di pregio, composta da pelle stesa su assi di legno e da finiture in metallo che proteggono gli angoli; al centro si vede il simbolo di un convento. Questa edizione è sopravvissuta in tre copie alla British Library , nella Biblioteca di Manchester, in una copia in Francia e in quattro copie in Germania, oltre a moltissime copie italiane e conservate in America.
Spesso nelle annotazioni ci sono delle correzioni degli errori del testo.
- Plinio tradotto in italiano e stampato da Nicolaus Jenson (in ordine di importanza il secondo stampatore dopo i de Spira, famoso per aver perfezionato il carattere romano) nel 1476. L’elegante legatura risale al ‘500, mentre gli assi di legno e la cucitura sono originali. Lo stile è classicheggiante con decorazioni sobrie cinquecentesche come quelle mantegnesche, sfumature, capitali in stile classico-romano (in questo periodo gli umanisti hanno la passione per le epigrafi latine). Questo libro era messo su uno scaffale piatto con il taglio bruno rivolto in avanti; in precedenza c’erano anche gli angoli protetti dal metallo. La sopravvivenza è molto alta: infatti ci sono moltissime copie in Italia e in America.
Nicolaus Jenson, contrariamente alla tradizione, faceva sempre finire le copie prima di venderle.
- Cosmographia (testo geografico) di Tolomeo, stampato nel 1486 a Ulma, in Germania; la legatura alla greca, con la spina piatta e i ferri sopra e sotto, è originale. Il pezzo di pergamena con il titolo manoscritto del ‘500-600 copia il carattere tondo italiano, ma con scarsi risultati; all’interno del libro ci sono note, iniziali xilografiche e mappe finite a mano con note in gotica. Di questa edizione sono rimaste alcune copie in Inghilterra, in Germania e in Italia.
- Esopo stampato a Milano nel 1491 (abbastanza tardi); questi testi, molto usati per l’istruzione primaria, scomparvero presto; la legatura è del primo ‘800. L’edizione è sopravvissuta nella Biblioteca di Piacenza e nell’Ambrosiana di Milano.
- Testo religioso stampato a Milano nel 1497; le decorazioni sono su una carta decorata a mano del ‘700, ci sono delle note in fondo con argomenti vari: prove di scrittura e lista della spesa.
- Un altro testo, in formato ottavo, con prove di scrittura di una mano italiana del ‘500; le pagine sono numerate e ci sono note di commento.
- Bibbia volgarizzata: la legatura è del ‘700, visto che ha tagli maculati e usa una carta marmorizzata; lo stile è quello medievale su due colonne, con, però, due inchiostri (rosso e nero); ci sono note lavate e anche un indice per facilitare la consultazione del libro; nello spazio lasciato per l’iniziale c’è la lettera guida, che poi sarebbe dovuta essere decorata.
- Messale Romano stampato a Napoli da Mattia Moravo nel 1477 su pergamena; usa una gotica italiana chiara e ha uno stemma araldico inserito in una corona di lauro; lo stile è di influenza francese con rappresentazioni di uccellini e fragole. Questa copia è ben conservata; ce ne sono altre a Parigi, in Inghilterra, a Barcellona, a Roma e a Napoli.
- Polifilo stampato da Aldo Manuzio, famoso letterato e umanista che si spostò a Venezia per vendere edizioni dei classici adatti allo studioso. Il libro presenta delle note lavate e delle decorazioni mantegnesche.
Manuzio introdusse lo stile corsivo italico, la punteggiatura moderna (in un libro di Bembo) e il formato tascabile anche per i classici, che prima venivano stampati in formato foglio. Fu molto copiato dagli stampatori suoi contemporanei.


